Mine Vaganti
La
famiglia Cantone è proprietaria di uno dei più importanti pastifici
del Salento. La nonna aprì l'azienda assieme al cognato, di cui è
stata segretamente innamorata per tutta la vita, e ora quegli impulsi
sopiti ricadono sulle abitudini di una famiglia schiava del
perbenismo alto-borghese. Il rientro a casa del rampollo più giovane
Tommaso, trasferitosi a Roma per studiare economia e commercio, è il
momento per la famiglia di sancire ufficialmente il passaggio della
gestione aziendale ai due figli maschi. Tommaso è pronto a
sconvolgere i piani del pater familias dichiarando apertamente la
propria omosessualità e il desiderio di seguire aspirazioni
letterarie, ma durante la cena ufficiale per festeggiare il nuovo
corso aziendale, viene anticipato dal fratello maggiore Antonio che,
dopo tanti anni di fedele servizio agli affari di famiglia, si
dichiara omosessuale prima di lui e viene per questo espulso dalla
casa e dalla direzione dell'azienda. Per non distruggere
definitivamente l'orgoglio del padre, già colto da un collasso al
momento della rivelazione, a Tommaso non resta altro che dissimulare
le proprie preferenze sessuali e assecondare momentaneamente gli
oneri familiari. Di
Edoardo Becattini - MYmovies.it
Oggi al cinema
| TITOLO | CINEMA | ORARI |
|---|---|---|
| Genitori & Figli: Agitare bene prima dell'uso |
Golden |
17:30 20:15 22:30 |
Un film di Giovanni Veronesi, con: Silvio Orlando, Luciana Littizzetto, Michele Placido, Elena Sofia Ricci, Margherita Buy, Emanuele Propizio, Chiara Passarelli, Andrea Facchinetti, Max Tortora, Piera Degli Esposti, Matteo Amata, Andrea Fachinetti, Vittorio Emanuele Propizio, Massimiliano Tortora
Commedia generazionale "da manuale" Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNina è un'adolescente che sogna la sua prima volta e una famiglia più autentica. Figlia di una caposala vivace e di un mite commerciante di articoli da pesca, Nina ha finalmente l'occasione di riflettere sulla sua famiglia e di descriverne vizi e virtù dentro un tema assegnatole in classe dal professore d'italiano. Alberto, in conflitto costante col figlio, è convinto che una generazione prossima per età e inclinazione al suo ragazzo, possa accorciare le distanze tra loro e migliorarne la relazione e la comunicazione. Il componimento di Nina non lesinerà dettagli, denunciando tradimenti, separazioni, inquietudini giovanili e tensioni amorose fino a un epilogo moderatamente felice e un voto ponderatamente esemplare. Dopo Italians, ironici bozzetti dell'italiano all'estero tra equivoci e arte di arrangiarsi, Giovanni Veronesi redige l'ennesimo “manuale” facilmente consultabile (e fruibile) che fa il punto, questa volta, sulla relazione genitori figli. Il cinema delaurentiisiano di Veronesi, accreditatosi come titolare dell'altro campione di incassi stagionali della premiata ditta, quello più educato contro il villano cinepanettone, ripropone ostinato la formula tradizionale della commedia all'italiana, aggiornandola all'Italia di oggi. L'organizzazione in due episodi dipendenti (Placido Buy) (Orlando Littizzetto), ciascuno con il proprio istrione (Placido) (Orlando) e congiunti dalla voce narrante di un'osservatrice adolescente e onnisciente, recupera evidentemente l'ultima manifestazione di quella gloriosa tradizione, praticata a dismisura negli anni Sessanta e trasformata in un vero e proprio “genere”. Surrogato a un'evidente ispirazione in crisi, la formula “a episodi”, questa volta aperti e tendenti all'organicità, incoraggia la tendenza al raccontino morale, che rinuncia però alle macchiette (unica eccezione il cameo “in lingua pugliese” di Sergio Rubini) a favore dei caratteri o ai facili lazzi delle cadenze regionali a vantaggio di dialoghi leggeri e ben disposti a introdurre tematiche complesse come la relazione filiale, l'educazione sessuale, l'integrazione culturale o lo stress di una vita mai soddisfacente. Beninteso, non c'è bisogno di esaltarsi troppo, siamo sempre dalle parti della più classica commedia, sospesa tra buone azioni e miserie terrene ostinatamente chiuse in un interno. Il film di Veronesi, pur recuperando alla superficie il mondo dei genitori, completamente assente nel proletario Gioco da ragazze di Matteo Rovere e nella versione benestante e intrisa di romanticismo da lucchetti di Moccia, affoga in un mare di luoghi comuni e dentro scene urlate di drammi (in)ascoltati o risolti in un bagno catartico. Genitori & figli vorrebbe dire qualcosa degli italiani e dei suoi giovani, le figure più problematiche per il cinema nostrano, ma esibisce di fatto la vana e disperata ricerca di una propria identità, rifugiata (e risolta) una volta di troppo nell'intimità del privato. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Genitori & Figli: Agitare bene prima dell'uso |
Cityplex Metropolitan Ideal King Aurora |
16:00 18:10 20:20 22:30 19:00 21:00 16.30 - 18.30 - 20.30 - 22.30 18:30 20:45 22:45 |
Un film di Giovanni Veronesi, con: Silvio Orlando, Luciana Littizzetto, Michele Placido, Elena Sofia Ricci, Margherita Buy, Emanuele Propizio, Chiara Passarelli, Andrea Facchinetti, Max Tortora, Piera Degli Esposti, Matteo Amata, Andrea Fachinetti, Vittorio Emanuele Propizio, Massimiliano Tortora
Commedia generazionale "da manuale" Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNina è un'adolescente che sogna la sua prima volta e una famiglia più autentica. Figlia di una caposala vivace e di un mite commerciante di articoli da pesca, Nina ha finalmente l'occasione di riflettere sulla sua famiglia e di descriverne vizi e virtù dentro un tema assegnatole in classe dal professore d'italiano. Alberto, in conflitto costante col figlio, è convinto che una generazione prossima per età e inclinazione al suo ragazzo, possa accorciare le distanze tra loro e migliorarne la relazione e la comunicazione. Il componimento di Nina non lesinerà dettagli, denunciando tradimenti, separazioni, inquietudini giovanili e tensioni amorose fino a un epilogo moderatamente felice e un voto ponderatamente esemplare. Dopo Italians, ironici bozzetti dell'italiano all'estero tra equivoci e arte di arrangiarsi, Giovanni Veronesi redige l'ennesimo “manuale” facilmente consultabile (e fruibile) che fa il punto, questa volta, sulla relazione genitori figli. Il cinema delaurentiisiano di Veronesi, accreditatosi come titolare dell'altro campione di incassi stagionali della premiata ditta, quello più educato contro il villano cinepanettone, ripropone ostinato la formula tradizionale della commedia all'italiana, aggiornandola all'Italia di oggi. L'organizzazione in due episodi dipendenti (Placido Buy) (Orlando Littizzetto), ciascuno con il proprio istrione (Placido) (Orlando) e congiunti dalla voce narrante di un'osservatrice adolescente e onnisciente, recupera evidentemente l'ultima manifestazione di quella gloriosa tradizione, praticata a dismisura negli anni Sessanta e trasformata in un vero e proprio “genere”. Surrogato a un'evidente ispirazione in crisi, la formula “a episodi”, questa volta aperti e tendenti all'organicità, incoraggia la tendenza al raccontino morale, che rinuncia però alle macchiette (unica eccezione il cameo “in lingua pugliese” di Sergio Rubini) a favore dei caratteri o ai facili lazzi delle cadenze regionali a vantaggio di dialoghi leggeri e ben disposti a introdurre tematiche complesse come la relazione filiale, l'educazione sessuale, l'integrazione culturale o lo stress di una vita mai soddisfacente. Beninteso, non c'è bisogno di esaltarsi troppo, siamo sempre dalle parti della più classica commedia, sospesa tra buone azioni e miserie terrene ostinatamente chiuse in un interno. Il film di Veronesi, pur recuperando alla superficie il mondo dei genitori, completamente assente nel proletario Gioco da ragazze di Matteo Rovere e nella versione benestante e intrisa di romanticismo da lucchetti di Moccia, affoga in un mare di luoghi comuni e dentro scene urlate di drammi (in)ascoltati o risolti in un bagno catartico. Genitori & figli vorrebbe dire qualcosa degli italiani e dei suoi giovani, le figure più problematiche per il cinema nostrano, ma esibisce di fatto la vana e disperata ricerca di una propria identità, rifugiata (e risolta) una volta di troppo nell'intimità del privato. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Wolfman |
Cityplex Metropolitan |
22:40 |
Un film di Joe Johnston, con: Benicio Del Toro, Anthony Hopkins, Emily Blunt, Hugo Weaving, Art Malik, Kiran Shah, Elizabeth Croft, David Sterne, Sam Hazeldine, Olga Fedori, Branko Tomovic, Michael Cronin, Nicholas Day, Bridgette Millar, Richard James, Anthony Debaeck, Emily Parr, Cristina Contes, David Schofield, Roger Frost, Andy Gathergood, Asa Butterfield, Simon Merrells, Dianne Pilkington, Shaun Smith, Mario Marin-Borquez, Gemma Whelan, Geraldine Chaplin
Settanta lune piene dopo ritorna a ululare la belva antropomorfa della Universal omaggiando la tradizione gotica Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariLawrence Talbot rientra in seno alla famiglia dopo una lunga assenza e in una notte di luna piena. Fuori dalla sua tenuta, una bestia affamata e famelica abita i boschi del villaggio, visita le notti dei puritani e ne strazia i corpi. Vittima della mostruosa creatura cade pure il fratello di Lawrence, sposato alla bella e mite Gwen, che chiede aiuto e trova conforto in lui. Per fermare l’orrore e fare chiarezza sulla vicenda viene ingaggiato un ispettore di Scotland Yard, Alberline. Durante una “battuta di caccia”, la bestia aggredisce e azzanna Lawrence riducendolo in fin di vita. Sopravvissuto al morso e fatalmente contagiato, il giovane Talbot si trasforma nelle notti di luna piena in un lupo, aggredendo e uccidendo gli abitanti del villaggio. Ricoverato in manicomio e poi fuggito, Lawrence verrà braccato da Alberline, deciso a porre fine ai suoi scempi. Gwen, perdutamente innamorata, tenterà invece di strapparlo alla licantropia con la forza dell’amore e dei suoi baci. La più leggendaria e misteriosa fra tutte le creature della Universal è senza dubbio l’uomo lupo, nato nel 1941 dalla penna dello sceneggiatore Curt Siodmak e ispirato dalla mitologia e dal folclore. Privo di una fonte letteraria forte e della radicale alterità che caratterizzano il Dracula di Bram Stoker e la creatura di Frankenstein di Mary Shelley, l’uomo lupo non è un essere completamente altro e avulso dalla società umana, è piuttosto un uomo condannato dal Fato a una diversità intermittente, che lo colpisce nelle notti di luna piena. Settant’anni e diverse variazioni sul tema dopo (Frankenstein contro l’uomo lupo, L’ululato, Un lupo mannaro americano a Londra), spetta a Joe Johnston rilanciare i licantropi, omaggiando la vecchia tradizione gotica e le gloriose produzioni “B” della Universal. Wolfman “restaura” make up e orrore, guardando alle versioni cinematografiche del romanzo “nero” ottocentesco, evidenziando una società che vieta l’esplicarsi delle forze inconsce e trasformando la tragedia greca del soggetto originale in tragedia shakespeariana. Al centro del film, si contendono scena, “trono” e fanciulla un padre e un figlio, un re e un principe, belve antropomorfe vittime della stesso male e della stessa inquietudine mostruosa. Benicio del Toro, attore che interpreta un attore, è una sorta di Amleto, un eroe romantico sull’orlo del precipizio. Chiuso in se stesso e nella sua immobilità luttuosa (la morte dell’amata madre quando era soltanto un bambino), teme l’insorgere della passione che può trasformarlo in predatore omicida. Il suo personaggio, fondato sugli infiniti e ripetuti “essere o non essere”, offre un aggiornamento efficace del principe danese, in lotta questa volta contro un genitore tangibile. Il padre di Anthony Hopkins, specializzato a partire da Hannibal Lecter in sdoppiamenti della personalità, è un aguzzino invasato, trincerato nel suo segreto e deciso a contendere il potere al figlio, di cui ingabbia letteralmente la spontaneità individuale. La tenuta dei Talbot è il paradiso e insieme la prigione morbosa che inscena la duplicità psicologica del protagonista, il conflitto e la manifestazione del tarlo segreto (ed ereditario) che divora la luminosa corazza dell’eroe. Eroso dall’interno, il giovane Lawrence crollerà sotto l’incendio delle passioni e rovinerà come la sua tenuta, sconfitto e spinto tra le braccia “del non essere” e dentro la sua prima notte di quiete. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Shutter Island |
Holiday Multisala Supercinema Multisala Alba Ariston Jolly Tiffany |
17:00 20:00 22:40 17.30 – 20.00 – 22.30 20:30 22:30 17:30 20:00 22:30 17:00 20:00 22:40 17:30 20:00 22:30 |
Un film di Martin Scorsese, con: Leonardo DiCaprio, Mark Ruffalo, Ben Kingsley, Michelle Williams, Patricia Clarkson, Max von Sydow, Jackie Earle Haley, Emily Mortimer, Elias Koteas, Ted Levine, John Carroll Lynch, Christopher Denham, Nellie Sciutto, Tom Kemp, Curtiss Cook, Joseph McKenna, Ken Cheeseman, Joseph Sikora, Drew Beasley, Ruby Jerins, Damian Zuk, Gary Galone, Dennis Lynch
La scala a chiocciola di Scorsese conduce ad un regno fatto di misteri e ripetizioni Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNel 1954, i due agenti federali Teddy Daniels e Chuck Aule vengono inviati con un battello a Shutter Island, a largo della costa est, per investigare sull'improvvisa scomparsa di una pericolosa infanticida residente presso l'istituto mentale Ashecliffe, Rachel Solando. Il direttore dell'istituto, il dottor Cawley, e i vari infermieri sostengono che la madre assassina si sia come dileguata dalla sua stanza senza lasciare alcuna traccia, ma l'agente Daniels pare nutrire fin dal principio dei forti sospetti sul modo di condurre l'ospedale da parte del dottor Cawley e del suo medico assistente, il dottor Naehring. Un uragano costringe i due agenti a protrarre il soggiorno sull'isola, durante il quale le indagini proseguono e particolari sempre più inquietanti emergono, mentre Daniels continua ad avere delle visioni che riguardano la moglie defunta e le sue esperienze di guerra contro gli ufficiali nazisti. Nell'anno del celebrato restauro di Scarpette rosse, due dei più grandi cineasti della modernità americana hanno pagato il loro personale tributo al capolavoro di Michael Powell e Emeric Pressburger. Francis Ford Coppola ne cita copiosamente delle parti in Tetro, mentre Scorsese, oltre ad averne curato in prima persona il restauro, struttura il suo Shutter Island come quella stessa infinita scala a chiocciola che viene percorsa da Vicky nel finale del film. Ma se il punto di riferimento è lo stesso, completamente opposti sono i sensi che guidano il loro operare. Per Coppola, Scarpette rosse è un modello da imitare, un ideale di rinascita da proporre al cinema contemporaneo ora che il mezzo digitale permette di tornare a quel tipo di fantasia immaginifica. Al contrario, per Scorsese quella spirale infinita rappresenta la capitolazione di un tipo di cinema che non è più riproducibile nell'era della simulazione e della ripetizione. La spirale è quindi la forma che sceglie per raccontare questa gothic novel che accumula strato dopo strato suggestioni, visioni, ricordi, angosce e paranoie per arrivare ad una soluzione finale che cerca di sciogliere i misteri e di sorprendere lo spettatore con un twist non troppo imprevedibile. Ma manipolare lo spettatore non è mai stato uno dei passatempi preferiti di Scorsese, quanto piuttosto l'idea di raccontare dei personaggi manipolati dall'impossibilità di aderire alla realtà. Con Shutter Island, il regista italo americano arriva in un certo senso a proporre la definitiva consacrazione dell'uomo avulso dalla realtà e della follia come forma unica di sopravvivenza. Per dare enfasi all'idea, riprende il suo personaggio quasi sempre per tagli trasversali o obliqui, insistendo nel catturarlo dal basso verso l'alto per enfatizzarne la distanza. Il personaggio di DiCaprio diviene così l'ennesimo man of violence della sua filmografia, colui che lotta brutalmente per cancellare la sua memoria e restare attaccato al proprio mondo. Ma eliminare i ricordi (le immagini, il cinema) significa inevitabilmente creare dei fantasmi, manipolare una serie di immagini preconosciute della Storia (cosa che fa nei ricordi dei campi di concentramento con il carrello che segue un'esecuzione quasi coreografica dei gerarchi nazisti all'ingresso del campo di Dachau) e, in ultima analisi, confessare l'impossibilità di far pace con la verità. Da questo punto di vista, Shutter Island porta a compimento un discorso che Scorsese pare condurre da quando il suo cinema si è fatto più ampio, più accademico: l'incapacità di raccontare un mondo dove non domina solo la violenza, ma soprattutto la dissimulazione, di immaginare qualcosa di nuovo laddove tutto appare una ripetizione, un rifacimento. In fondo alla sua scala a chiocciola fatta di mistero e di suspense, Shutter Island pare raccontare proprio questo: nell'era contemporanea, il sonno della ragione non genera più mostri, ma fantasmi, doppi, simulacri di qualcosa che è già stato visto o vissuto. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Invictus - L'Invincibile |
Rouge Et Noir Arlecchino Supercinema |
17:30 20:15 22:40 17:30 20:20 22:40 17:30 20:00 22:30 |
Un film di Clint Eastwood, con: Morgan Freeman, Matt Damon, Tony Kgoroge, Patrick Mofokeng, Matt Stern, Julian Lewis Jones, Adjoa Andoh, Marguerite Wheatley, Leleti Khumalo, Patrick Lyster, Louis Minnaar, Penny Downie, Shakes Myeko, Sibongile Nojila, Bonnie Henna, Grant Roberts, Langley Kirkwood, Robert Hobbs
Eastwood affronta con ammirazione la figura di Nelson Mandela in un film assolutamente classico Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariNelson Mandela è il presidente eletto del Sud Africa. Il suo intento primario è quello di avviare un processo di riconciliazione nazionale. Per far ciò si deve scontrare con forti resistenze sia dalla parte dei bianchi che da quella dei neri. Ma Madiba, come lo chiamano rispettosamente i suoi più stretti collaboratori, non intende demordere. C'è uno sport molto diffuso nel Paese: il rugby e c'è una squadra, gli Springboks, che catalizza l'attenzione di tutti, sia che si interessino di sport sia che non se ne occupino. Perché gli Springboks, squadra formata da tutti bianchi con un solo giocatore nero, sono uno dei simboli dell'apartheid. Mandela decide di puntare proprio su di loro in vista dei Mondiali di rugby che si stanno per giocare in Sudafrica nel 1995. Il suo punto di riferimento per riuscire nell'operazione di riunire la Nazione intorno alla squadra è il suo capitano François Pienaar. Negli Stati Uniti all'uscita del film c'è chi ha affermato che il nome del protagonista si scriveva Mandela ma si pronunciava Obama. Chi la pensa così evidentemente non conosce nulla di Clint Eastwood. Clint è un repubblicano nel DNA, ha fatto campagna per McCain e attende gli esiti dell'Amministrazione democratica con una fiducia guardinga. Eastwood però è un conservatore illuminato e con il suo cinema ormai da tempo persegue una ricerca nel profondo degli elementi che possono, senza che nessuno perda la propria identità di base, provare a conciliare gli opposti. Lo ha fatto (solo per stare nel breve periodo) con Million Dollar Baby, con Flags of Our Fathers e Lettere da Iwo Jima e, in modo ancor più esplicito e rivolto al grande pubblico, con Gran Torino. In Invictus trova in Mandela (e in un totalmente mimetico Morgan Freeman) una sorta di supporto storico alla sua ricerca. Ciò che racconta non è frutto della fantasia di uno sceneggiatore ma trae origine dai fatti narrati nel libro di John Carlin "Playing the Enemy: Nelson Mandela and the Game That Made a Nation". Eastwood ne trae un film assolutamente classico sia per quanto riguarda lo stile visivo sia per quanto attiene ai due generi consolidati (biografia e cinema e sport) a cui fa riferimento. Si sente in lui e in Freeman la profonda ammirazione per Mandela con la consapevolezza (lo si dice anche a un certo punto facendo riferimento a una gaffe di una sua guardia del corpo a proposito della famiglia) del rischio dell'agiografia. Che viene sfiorato ma poi in definitiva evitato nel momento in cui si mostra come il desiderio di superare il devastante clima dell'apartheid parta dal cuore ma sia filtrato da uno sguardo razionalmente strategico. Mandela non è spinto dal sentimentalismo. I versi di "Invictus" imparati in prigione hanno rafforzato la tempra di un uomo che sa come raggiungere l'obiettivo rischiando in proprio ma sostenendo il rischio con una strategia ben definita. Lui che non sa granché di rugby non solo si tiene a fianco una sorta di trainer ma impara a memoria volti e nomi dei giocatori. Ha la fortuna di trovare in Pienaar un uomo che non dimentica di essere diventato un segno di divisione ma che non teme di mutare atteggiamento. La rudezza sul campo non è disgiunta dall'intuito e il modo in cui Eastwood ci mostra una partita di cui gli annali hanno già fissato l'esito sottolinea questa empatia. Due uomini, due squadre (gli Springboks e il ristretto staff presidenziale) e due ‘popoli' che compiono un primo, importante passo per iniziare a divenire una Nazione nel pieno e moderno senso del termine. Chi ha la parola ‘buonismo' sempre a portata di tastiera la sprecherà anche questa volta ricordando magari come in Sudafrica i problemi non siano tuttora completamente risolti. Dimenticando, al contempo, che ci sono film buonisti e buoni film. Invictus appartiene ai secondi. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| La valigia sul letto |
Cityplex Metropolitan |
16:10 18:20 20:30 |
Un film di Eduardo Tartaglia, con: Eduardo Tartaglia, Veronica Mazza, Biagio Izzo, Maurizio Casagrande, Nunzia Schiano, Alena Seredova, Marjo Berasategui, Ernesto Mahieux, Peppe Miale, Francesco Procopio, Giuseppe Miale, Gianni Parisi, Stefano Sarcinelli
Teatro filmato, che omaggia Totò e strappa la risata Achille Lo Chiummo e la sua amata Brigida hanno avuto lo sfratto e come nuova dimora non hanno trovato di meglio che un cantiere della metropolitana. Come se non bastasse lei è costretta a travestirsi da polpetta per pubblicizzare la carne di un negozio e lui perde nel giro di un giorno, dopo anni, il lavoro all'anagrafe, per di più senza essere mai stato assunto. Come sfuggire ad un'esistenza tanto misera? Alterando dei vecchi documenti, cancellando una lettera dal cognome del nonno e ritrovandosi di colpo parente del boss pentito Antimo Lo Ciummo. Un piano apparentemente perfetto, se si eccettuano gli imprevisti che la convivenza con uno spietato camorrista sotto il programma di protezione testimoni può portare con sé. Terza fatica cinematografica di Eduardo Tartaglia, La valigia sul letto allarga il cast a nomi vicini (Casagrande, Mahieux) e lontani (Seredova) e amplia la distribuzione fuori dal territorio campano, forte di una scrittura a strati, che sotto gli abiti leggeri della gag verbale (“nell'intimo puoi chiamarmi Antimo”) e dell'allegra confusione partenopea di toni e caratteri, non si fa mancare il cappotto e l'impermeabile, vale a dire un copione narrativamente più che strutturato e autonomo e un gruppo di attori capaci, dai tempi comici rodati. E il cinema? Ebbene, a questo giro va senza dubbio riconosciuta a Tartaglia una confidenza in più con la macchina da presa, che gli permette talvolta l'exploit ludico (le sequenze da poliziottesco; Brigida che si cambia nome in Sophia e cita la Cruz di Volver; “la cagna” di Nunzia Schiano) e tal'altra l'omaggio intelligente, perché non c'è dubbio che dentro questa valigia, come portafortuna per il viaggio, ci sia il Totò cerca casa di Steno e Monicelli. Là come qui, tra aule scolastiche e cimiteri e il Colosseo soppiantato da un altro tempio, il centro commerciale, si affrontano i temi sociali più drammatici nascondendoli senza sforzo sotto la farsa. Ed è proprio nella sequenza dell'“A livella”, quando il trio Tartaglia Casagrandre Izzo, complice il contesto sepolcrale, si lancia nell'interpretazione della poesia di Totò, che i personaggi scritti si dimenticano un attimo dei loro compiti ed emerge, insopprimibile e più autentica del resto, la passione per l'improvvisazione, per il teatrino. Nella finzione, l'ispettore di polizia si tormenta chiedendosi come credono i Lo Ciummo di riuscire a mantenere l'incognito continuando a fare “'ste recite di carnevale”, ma fuor di finzione la conclusione non è dissimile: per quanto più attento alla verità dei luoghi e più sciolto e divertito nella tecnica di ripresa, il cinema di Tartaglia resta teatro filmato. Teatro esperto e strappa risate, con un numero da applauso la faida tra la sorella di Achille e la sua compagna e qualche coriandolo e stella filante di troppo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Alice in Wonderland |
Marconi Igea Lido Abc Ambassador Supercinema Multisala Astro 2000 Excelsior Lux Cityplex Metropolitan Eden King |
16:30 18:30 20:30 22:30 16:15 18:30 20:45 22:45 16:00 18:10 20:20 22:30 16:30 19:00 21:30 16.00 – 18.10 – 20.20 – 22.30 18:00 20:15 22:30 16:00 18:00 20:15 22:30 16:00 18:10 20:20 22:30 16:00 18:15 20:30 22:40 18:00 20:30 22:30 16:00 18:15 20:30 22:30 |
Un film di Tim Burton, con: Mia Wasikowska, Johnny Depp, Helena Bonham Carter, Crispin Glover, Anne Hathaway, Stephen Fry, Christopher Lee, Michael Sheen, Alan Rickman, Matt Lucas, Timothy Spall, Barbara Windsor, Leo Bill, Paul Whitehouse, Eleanor Gecks, Lucy Davenport, Jessica Oyelowo, Amy Bailey, Arick Salmea, John Surman, Marton Csokas, Eleanor Tomlinson, Annalise Basso, Jemma Powell, Frances de la Tour, John Hopkins, Austin James Wolff, Tim Pigott Smith, Geraldine James, Lindsay Duncan, Michael Gough, Noah Taylor
Lontano dai libri originali, dal cartone anni '50 e dai film di Tim Burton, il nuovo Alice è un viaggio verso il conformismo Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAlice teme di essere pazza. Da quando è piccola continua a fare sempre lo stesso sogno, non sta mai attenta quando le parlano, è diversa dal resto della buona società che frequenta e non si integra nelle regole del suo mondo. Affinchè non rimanga zitella come la zia, che senza marito pazza lo è diventata sul serio, i parenti le combinano il matrimonio con un ottimo partito: un giovanotto integrato, conformato, di nobile lignaggio e con qualche problema digestivo. Al grande ricevimento nel quale le verrà fatta la proposta però le visioni di Alice si fanno insistenti, il ticchettio di un orologio sembra ossessionarla e sul più bello vede comparire un coniglio in doppiopetto che le indica che è oramai tardi. Alice lo segue nella sua tana e finisce in quel mondo che aveva sognato fin da piccola, dove scopre che esiste una profezia riguardo una sua omonima la quale, con l'aiuto del Cappellaio Matto, del Coniglio Marzolino ecc. ecc. sconfiggerà una creatura malvagia liberando il regno dalla tirannia della Regina Rossa e riportando al trono la sorella più bella, la Regina Bianca. La produzione è sempre Disney ma siamo totalmente da un'altra parte rispetto al cartone animato del 1951. Benchè la storia ancora una volta mescoli elementi da i due libri di Lewis Carrol: "Le avventure di Alice nel paese delle meraviglie" e "Attraverso lo specchio e quel che Alice vi trovò", il mix è inedito. Questa volta l'andamento psichedelicamente caotico per il quale solo perdendosi completamente Alice riusciva a trarre qualcosa dal suo peregrinare è scartato a favore di una trama decisamente più canonica. Arrivata nel paese delle meraviglie Alice ha un destino già scritto, ha una missione e un nemico da sconfiggere. Dunque non solo non siamo dalle parti dei testi originali ma non siamo nemmeno dalle parti dei film di Tim Burton, nei quali solitamente il protagonista è un outsider che trova in un luogo oscuro e apparentemente ostile il suo vero habitat perchè più sincero ed autentico dei conformismi borghesi cui era abituato. Alice si trova male nel mondo reale perchè è diversa mentre nel mondo delle meraviglie lotterà per riportare lo status quo, per normalizzare quel luogo dalla tirannia folle della Regina Rossa. Peccato che proprio la Regina Rossa sia la vera outsider: sorella maggiore brutta e dalla testa troppo grande che è sempre stata all'ombra della sorella minore, tanto carina e amabile quanto cretina e impalpabile, e che non riuscendo a farsi amare preferisce essere odiata. Ecco perchè dopo un inzio fantastico, che entra di diritto tra le cose migliori che Tim Burton abbia mai girato, il resto del film è una continua delusione. La parte nel paese delle meraviglie è un percorso verso il conformismo di un personaggio ritenuto matto che, come in un film fantasy, subisce una profezia che si deve avverare, ha un'armatura, una spada, nemici mitologici e via dicendo. E a poco purtroppo servono le molte interessanti intuizioni visive, le mille piccole raffinatezze di scenografia (praticamente tutta in computer grafica), di costumi e di trucco di fronte ad una parabola disneiana nel senso più deteriore del termine, per la quale l'eroina del caso trova la strada che era stata decisa per lei invece di forgiarne una con le proprie mani o secondo i propri gusti. Di certo non aiutano un 3D realizzato tutto in postproduzione e abbastanza inutile (almeno il 50% del film ne è privo tanto che se guardato senza occhiali non presenta il classico effetto "doppio") e momenti come la "deliranza" del Cappellaio Matto, che da sola è probabilmente la punta più bassa di tutto il cinema di Tim Burton e di quello di Johnny Depp messi insieme. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Legion |
Marconi |
16:30 18:30 20:30 22:30 |
Un film di Scott Stewart, con: Paul Bettany, Lucas Black, Tyrese Gibson, Adrianne Palicki, Charles S. Dutton, Jon Tenney, Kevin Durand, Willa Holland, Kate Walsh, Dennis Quaid, Doug Jones, Josh Stamberg, Yancey Arias, Luce Rains, Danielle Lozeau, Erik Betts, Robert Miles, Jeanette Miller, Daniel J Gonzales, Bryan Chapman, Stephen Oyoung, Ken Gray, Gloria Kennedy, Cameron Harlow
Angeli in lotta in uno scenario desolato e apocalittico per un film dagli spunti originali Gli angeli in lotta tra loro o con i demoni sono stati protagonisti di diversi horror in un passato più o meno recente. L'australiano Gabriel La furia degli angeli di Shane Abbess è tra questi, ma l'esempio forse più popolare è quello di L'ultima profezia con Christopher Walken nei panni di Gabriele, primo di una piccola franchise (i seguiti sono ben quattro, al momento). Legion riprende questi temi e con qualche suggestione da Terminator e, soprattutto per l'estetica, da Matrix li sviluppa cercando di inserire qualche spunto originale in una storia piuttosto semplice. Los Angeles, 23 dicembre. Dio si è stancato delle malefatte umane e ha sguinzagliato sulla Terra una legione di angeli per portare l'Apocalisse. L'arcangelo Michael, però, non è d'accordo e vuole salvare l'umanità. In uno scalcinato locale ai margini del deserto, il Paradise Falls, un gruppo di persone vive i suoi problemi: Jeep si preoccupa di Charlie, la cameriera single incinta di otto mesi; Bob, papà di Jeep, si preoccupa di tirare avanti il locale, aiutato dal cuoco filosofo Percy; in attesa che Jeep aggiusti la loro auto, Howard tiene a bada la moglie Sandra, preoccupata per l'alto grado di disinibizione della figlia Audrey; Kyle ha problemi familiari che cerca inutilmente di risolvere al telefono. Tutto sembra decadente, tutti sono preoccupati per qualcosa, ma senza alcuna spinta positiva. Improvvisamente, radio, tv e telefoni smettono di funzionare. Nel locale entra Gladys, una vecchietta dapprima arzilla e gentile e poi molto, ma molto meno. Azzannato al collo il povero Howard, avverte tutti che stanno per morire. Una nube di insetti compare all'orizzonte, poi arriva Michael ad affrontare con gli uomini la prova finale. Simpatico l'uso di una vecchietta, di un bizzarro gelataio e di un angelico bambino in modo più o meno anticonvenzionale. Interessante l'aria desolata e disillusa, da vecchio noir on the border, della location decisiva per le sorti dell'umanità. Azzeccato anche il tono apocalittico e misterioso del primo terzo di film, più cupo che magniloquente, come invece accaduto in altri esempi del filone. Poi cominciano le concessioni a un confronto “filosofico religioso” piuttosto “facile”, un bignamino di dottrina ritenuto forse necessario per gli spettatori che non si accontentano dell'implicito. In questa fase centrale, il film perde la sua presa sulla storia che racconta e si sfilaccia in psicologismi di maniera. La parte finale ritrova una certa vivacità, ma è condizionata dall'uso di un'iconografia fin troppo classica nella rappresentazione degli angeli in lotta e da una totale resa alle regole del melodramma. Tra botte da orbi e spari all'impazzata si perde un po' il senso dello scontro etico, ma probabilmente non era quest'ultimo lo scopo del film. Qualche dialogo è efficace: quando uno sconcertato Bob dice a Michael di non credere in Dio, Michael, di rimando, gli risponde che è normale, neanche Dio crede più in lui. E questo è quanto: Dio non crede più nell'umanità e, dopo il diluvio, ora usa modi più spicci e violenti, da film horror appunto: gli umani posseduti dagli angeli distruttori sono come zombie e assediano il solitario locale nel deserto. Michael è armatissimo e agisce come un Rambo ultraterreno (la cosa è sottolineata ironicamente): combatte per gli uomini disobbedendo a Dio perché non ha perso fiducia in loro. Beato lui. La nascita di un figlio come (ri)nascita della speranza per l'umanità richiama La settima profezia, che, pur senza brillare, costituiva un approccio un po' più problematico all'Apocalisse. Dennis Quaid dà sofferto spessore al ritratto di un fallito che cerca un riscatto alla propria rassegnazione. Alla tv del suo locale danno La vita è meravigliosa: altri angeli, altri film. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Il concerto |
Dante |
17:30 20:00 22:30 |
Un film di Radu Mihaileanu, con: Aleksei Guskov, Dmitri Nazarov, François Berléand, Miou-Miou, Valeri Barinov, Anna Kamenkova Pavlova, Lionel Abelanski, Alexander Komissarov, Valeriy Barinov, Vasile Albinet, Ramzy Bedia, Ovidiu Cuncea, Maria Dinulescu, Roger Dumas, Guillaume Gallienne, Aleksandr Komissarov, Ion Sapdaru, Valentin Teodosiu, Jacqueline Bisset, Laurent Bateau, Mélanie Laurent
Un concerto per raccontare la Storia e accordare passato e presente Consigliato: Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariAndreï Filipov è un direttore d'orchestra deposto dalla politica di Brežnev e derubato della musica e della bacchetta. Rifiutatosi di licenziare la sua orchestra, composta principalmente da musicisti ebrei, è costretto da trent'anni a spolverare e a lucidare la scrivania del nuovo e ottuso direttore del Bolshoi. Un fax indirizzato alla direzione del teatro è destinato a cambiare il corso della sua esistenza. Il Théâtre du Châtelet ha invitato l'orchestra del Bolshoi a suonare a Parigi. Impossessatosi illecitamente dell'invito concepisce il suo riscatto di artista, riunendo i componenti della sua vecchia orchestra e conducendoli sul palcoscenico francese sotto mentite spoglie. Scordati e ammaccati dal tempo e dalla rinuncia coatta alla musica, i musicisti accoglieranno la chiamata agli strumenti, stringendosi intorno al loro direttore e al primo violino. La loro vita e il loro concerto riprenderà da dove il regime li aveva interrotti, accordando finalmente presente e passato. Con Train de vie Radu Mihaileanu “addolcì” la Shoa, circondandola di un'aura pienamente fantastica e organizzando una finta “autodeportazione” per evitare quella reale dei nazisti. Il suo treno carico di ebrei fintamente deportati ed ebrei fintamente nazisti riusciva a varcare come in una favola il confine con la Russia. Ed è esattamente nella terra che prometteva uguaglianza, salvezza e integrazione, che “ritroviamo” gli ebrei di Mihaileanu, musicisti usurpati del palcoscenico e della musica a causa della loro ebraicità. È un film importante Il concerto perché racconta una storia ancora oggi sconosciuta, la condizione esistenziale degli ebrei che vissero per quarant'anni nel totalitarismo. Andreï Filipov e i suoi orchestrali sono idealmente prossimi agli artisti che durante il regime di Brežnev si macchiarono dell'onta infamante del dissenso e furono cacciati dal paese o dai luoghi dove esercitavano la loro arte con l'accusa di aver commesso atti antisovietici. Costretti a vivere (e a morire) nei campi di lavoro della dittatura brezneviana o additati di fronte al mondo e al loro Paese come parassiti sociali, i protagonisti del film riposero gli strumenti per trent'anni e ripiegarono su esistenze dimesse e mestieri svariati: facchini, commessi, uomini delle pulizie, conducenti di autoambulanza, doppiatori di hard movie. Il regista rumeno li sorprende in quella vita (ri)arrangiata e offre loro l'occasione del riscatto artistico e della reintegrazione nel loro ruolo. Come Gorbaciov, Mihaileanu restituisce alla Russia un patrimonio umano e intellettuale, concretato nel Concerto per Violino e Orchestra di Tchaikovsky, diretto da Filipov nell'epilogo e metafora evidente della relazione tra il singolo e la collettività. Positivo del negativo Wilhelm Furtwängler, celebre direttore della Filarmonica di Berlino convocato di fronte al Comitato Americano per la Denazificazione, l'Andreï Filipov di Alexeï Guskov è un fool, un'anima gentile dotata come lo Shlomo di Train de vie di un talento per l'arte della narrazione e della finzione, che conferma la predilezione del regista per l'impostura a fin di bene e contro la grandezza del Male. Ancora una volta è la musica ad accordare gli uomini. In un'amichevole gara musicale tra due etnie perseguitate (ebrei e gitani) o nella forma del Concerto per Violino e Orchestra, due sezioni che formano un'irrinunciabile unità emozionale. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Mine Vaganti |
Nuovo Capitol Di Francesca Supercinema Cityplex Metropolitan Gaudium |
17:30 20:00 22:30 17:30 19:45 22:00 17:30 20:00 22:30 16:30 18:30 20:30 22:30 16:30 18:30 20:30 22:30 |
Un film di Ferzan Ozpetek, con: Riccardo Scamarcio, Nicole Grimaudo, Alessandro Preziosi, Ennio Fantastichini, Lunetta Savino, Elena Sofia Ricci, Ilaria Occhini, Bianca Nappi, Massimiliano Gallo, Paola Minaccioni, Emanuela Gabrieli, Carolina Crescentini, Giorgio Marchesi, Gianluca De Marchi, Daniele Pecci, Matteo Taranto, Carmine Recano
Versione brillante e conviviale dei conflitti familiari di Ozpetek La famiglia Cantone è proprietaria di uno dei più importanti pastifici del Salento. La nonna aprì l'azienda assieme al cognato, di cui è stata segretamente innamorata per tutta la vita, e ora quegli impulsi sopiti ricadono sulle abitudini di una famiglia schiava del perbenismo alto borghese. Il rientro a casa del rampollo più giovane Tommaso, trasferitosi a Roma per studiare economia e commercio, è il momento per la famiglia di sancire ufficialmente il passaggio della gestione aziendale ai due figli maschi. Tommaso è pronto a sconvolgere i piani del pater familias dichiarando apertamente la propria omosessualità e il desiderio di seguire aspirazioni letterarie, ma durante la cena ufficiale per festeggiare il nuovo corso aziendale, viene anticipato dal fratello maggiore Antonio che, dopo tanti anni di fedele servizio agli affari di famiglia, si dichiara omosessuale prima di lui e viene per questo espulso dalla casa e dalla direzione dell'azienda. Per non distruggere definitivamente l'orgoglio del padre, già colto da un collasso al momento della rivelazione, a Tommaso non resta altro che dissimulare le proprie preferenze sessuali e assecondare momentaneamente gli oneri familiari. Il cambio di registro non implica un cambio di mentalità. E il sentiero della commedia all'italiana non implica necessariamente una satira cinica e arguta. In questo senso, Mine vaganti non smentisce il peculiare interesse di Ozpetek per le varie forme di squilibrio dei rapporti sociali nel momento in cui all'interno di questi emergono bugie, amenità e piccole tragedie. Ma neanche la sua predisposizione ad assumere un atteggiamento liberale e progressista nei contenuti ma inguaribilmente "centrista" e conservatore nella forma. A dir la verità, l'incipit parrebbe dire il contrario, sottolineando una presa di coscienza da parte del regista italo turco delle proprie ossessioni. Ozpetek presenta infatti quasi in apertura l'immancabile scena di una grande tavolata di commensali e la sua tipica ripresa che percorre in circolo volti, nuche, bocche che parlano e che masticano. Stavolta però nella perfetta sincronia della tavola, inserisce un detonatore narrativo pronto a far saltare la buona forma delle apparenze e a dotare di ottimo slancio la successiva evoluzione del racconto. Ma è quando il gioco comincia a farsi più scoperto e ai veleni della satira si sostituiscono i balsami della morale, che si capisce che per Ozpetek la commedia sulla realtà della provincia non è tanto Signore & Signori quanto Il ciclone. Il suo modo di gestire gli attori, coordinare le loro performance e i relativi tempi comici, non è quello di chi ha intenzione di creare una vera "commedia queer all'italiana", sintesi di acume, sagacia e sensibilizzazione. I suoi personaggi non sono delle vere "mine vaganti", delle maschere intente a spostare i pigri equilibri del pensiero comune, ma piuttosto delle caricature bizzarre che si divertono alle spalle del perbenismo senza volerlo realmente criticare. E quel che è peggio è che la sua visione dell'Italia retrograda risulta ancor più passatista della mentalità che vorrebbe irridere per l'atteggiamento bonario e paternalista con cui la mette in scena. Per questo, sulle sequenze umoristiche quel che alla fine emerge è la contraddizione fra chi da una parte esalta lo scompiglio e dall'altra si appiglia alla prosecuzione del pensiero comune. Tanto che nell'incrocio di presente e passato, con l'ausilio di un canzoniere vintage che attinge indiscriminatamente al repertorio pop di varie decadi, alla commedia ozpetekiana manca solo l'esibizione di qualche telefono bianco. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Percy Jackson e gli Dei dell'Olimpo - Il ladro di Fulmini |
Fiamma Excelsior Eden |
16:00 18:10 20:20 22:30 17.30 – 20.00 – 22.30 17:30 20:00 22:30 |
Un film di Chris Columbus, con: Logan Lerman, Rosario Dawson, Uma Thurman, Pierce Brosnan, Sean Bean, Kevin McKidd, Steve Coogan, Catherine Keener, Alexandra Daddario, Joe Pantoliano, Jake Abel, Melina Kanakaredes, Serinda Swan, Brandon T. Jackson, Luke Camilleri, Dylan Neal, Maria Olsen, Andrea Brooks, Luisa D'Oliveira, Maya Washington, Patrick Sabongui, Dejan Loyola, Crystal Tisiga, Julian Richings, Dimitri Lekkos, Christie Laing, Stefanie von Pfetten, Marie Avgeropoulos, Erica Cerra, Chelan Simmons
Il tentativo di creare un nuovo Harry Potter dà vita ad un clone senza fascino Affetto da deficit di attenzione e da dislessia Percy Jackson non ha vita facile a scuola e la vita privata non sembra andare meglio: vive con la madre non avendo mai conosciuto il padre. Il motivo di questa situazione diventa però chiaro quando, in gita scolastica in un museo, una professoressa si trasforma in mostro alato e minaccia di ucciderlo se non le rivela dove ha nascosto il fulmine di Zeus. Percy, è un semidio, figlio di Poseidone e di una mortale ed è venuto per lui il momento di allenarsi per prendere coscienza dei propri poteri. L'allenamento però dovrà aspettare, qualcuno ha rubato quel fulmine primigenio di Zeus e tutti accusano Percy per scatenare una colossale guerra tra i tre grandi fratelli: Zeus, Poseidone e Ade. Difficile non vedere dietro Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo: il ladro di fulmini il tentativo di dare vita ad una nuova grande saga cinematografica che prenda il posto (non tanto nei cuori dei fan quanto nei portafogli dei produttori) dell'ormai concluso Harry Potter. Tratto anch'esso da una serie omonima di libri, scritti però da un americano (Rick Riordan) e non da un'inglese, il film come del resto il romanzo ripropone la medesima situazione potteriana di un ragazzo che sembra meno dotato di altri ma in realtà è predestinato a grandi cose il quale, affiancato da un'amica saggia e attraente e da un amico fraterno più simpatico, è impegnato ad imparare le arti segrete del suo rango mentre di volta in volta compiti ben più gravosi poggiano sulle sue spalle. Simile a quella fatta per Harry Potter è poi la scelta di come operare il passaggio dalla pagina allo schermo affidando la regia da subito a Chris Columbus (già regista dei primi due film del maghetto e produttore del terzo), scegliendo attori non noti per le parti da protagonista e grandi calibri per i ruoli complementari e infine puntando più che altro sull'azione. Il risultato però non è all'altezza dello stampino. Nonostante ci sia Columbus al timone il film non emoziona mai, incapace com'è di dare ai suoi personaggi motivazioni che suonino autentiche e credibili, e anche nelle sequenze più rocambolesche suona fasullo. L'unico punto di interesse che differenzia le avventure di Percy da quelle di Harry, è il fatto di svolgersi nel mondo reale ed essere fortemente agganciato all'attualità, colmo di richiami alle ossessioni moderne. Se in Harry Potter scompariva qualsiasi indicatore di contemporaneità, annullato dalle potenzialità del mondo magico tradizionale inglese, in Percy Jackson i miti greci sono piegati all'universo semantico americano. Vengono adattati non solo i personaggi (Medusa gestisce un negozio di statue in provincia, Ade vive come una rockstar) ma anche la geografia, disegnando una mappa dei luoghi greci tutta all'interno degli Stati Uniti (il partenone di Nashville, la porta dell'Ade ad Hollywood, quella dell'Olimpo sull'Empire State Building e il luogo dell'oblio a Las Vegas). Il risultato è una continua strizzata d'occhio al pop e agli oggetti del consumo moderno in cui Apple e Converse possono vantare due dei migliori product placement mai visti, che però mette in secondo piano il fascino e il mistero che dovrebbero circondare lo sconosciuto (per il protagonista e quindi per lo spettatore) mondo segreto degli dei dell'Olimpo. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Appuntamento con l'amore |
Arlecchino Holiday Multisala Supercinema Multisala |
17:30 20:20 22:40 15:45 18:00 20:15 22:30 17.30 – 20.00 – 22.30 |
Un film di Garry Marshall, con: Jessica Alba, Kathy Bates, Jessica Biel, Bradley Cooper, Eric Dane, Patrick Dempsey, Hector Elizondo, Jamie Foxx, Jennifer Garner, Topher Grace, Anne Hathaway, Ashton Kutcher, Queen Latifah, Taylor Lautner, George Lopez, Shirley MacLaine, Emma Roberts, Julia Roberts, Taylor Swift, Carter Jenkins, Wedil David, Megan Suri, Riju Raju Sam, Kathryn Le, Wendi McLendon-Covey, Alexis Peters, Jonathan Morgan Heit, Roberta Valderrama, Paul Vogt, Bryce Robinson, Shea Curry, Angelo Salvatore Restaino
Un film zuccheroso e poco fantasioso: la vittoria dei cioccolatini sul sentimento Nella giornata di S. Valentino si incrociano diverse storie, tutte flebilmente unite tra loro. C'è l'italoamericano colmo di gioia per aver chiesto di sposarlo alla sua ragazza che di lavoro consegna fiori, c'è la press agent stressata e sempre sola, il reporter sportivo d'assalto relegato a fare costume, la donna soldato in licenza dal fronte, la maestra elementare che sembra aver finalmente trovato l'uomo giusto, il bambino di lei innamorato e il donnaiolo incallito. Tutto un campionario di modi diversi di approcciare il sentimento amoroso, il corteggiamento e il rapporto con l'altro sesso che converge nel giorno istituzionalmente cruciale per gli innamorati e per tutti quelli che non tollerano di non esserlo. Specialista in commedie sentimentali dall'esito banale e dallo scarso divertimento, sceneggiatore di professione con l'hobby della regia e grande esponente della vena più smaccatamente commerciale del cinema hollywoodiano Garry Marshall può segnare un'altra tacca sul manico della sua pistola. Ancora una volta ha realizzato un film dai valori produttivi vicini allo zero, scritto senza fantasia e girato in modo sciatto, che però può contare su un cast nutrito di star da sbattere in locandina e su un'idea di trama che attira coppiette al cinema come gli zombie sono attirati dai cervelli umani. Il film, che in originale si chiama Valentine's day e che in patria è uscito il giorno di S. Valentino (chiudendo il cerchio di un business plan da laurea ad honorem in marketing), non ha mancato di sbancare al box office anche se la melassa con cui è ricoperto toglie qualsiasi anche remoto elemento di interesse. Non si tratta di avere un atteggiamento romantico, di amare i racconti sentimentali o di lasciarsi coinvolgere dalla consapevole leggerezza di una commedia senza pretese (quello era il caso di Pretty woman, il grande successo di Marshall), quanto di accettare un prodotto più zuccheroso della confezione a forma di cuore di Baci Perugina, più svilente di una cartolina di auguri di S. Valentino e più biecamente indirizzato ai portafogli degli spettatori di un libro di consigli sentimentali in vendita al supermercato. Un conto è il piacere di un racconto leggero e scanzonato a lieto fine, sanamente commerciale, un altro è un prodotto realizzato male che scambia il sentimento con il sentimentalismo e (si spera) lascia delusa anche la neocoppietta più sdolcinata. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| La prima cosa bella |
Martorana |
N.D |
Un film di Paolo Virzì, con: Valerio Mastandrea, Micaela Ramazzotti, Stefania Sandrelli, Claudia Pandolfi, Marco Messeri, Aurora Frasca, Giacomo Bibbiani, Giulia Burgalassi, Francesco Rapalino, Isabella Cecchi, Sergio Albelli, Fabrizia Sacchi, Dario Ballantini, Paolo Ruffini, Emanuele Barresi, Fabrizio Brandi, Michele Crestacci, Bobo Rondelli, Paolo Giommarelli, Giorgio Algranti, Riccardo Bianchi, Giacomo Bibiani
Commedia drammatica colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariBruno Michelucci è infelice. Insegnante di lettere a Milano, si addormenta al parco, fa uso di droghe e prova senza riuscirci a lasciare una fidanzata troppo entusiasta. Lontano da Livorno, città natale, sopravvive ai ricordi di un'infanzia romanzesca e alla bellezza ingombrante di una madre estroversa, malata terminale, ricoverata alle cure palliative. Valeria, sorella spigliata di Bruno, è decisa a riconciliare il fratello col passato e col genitore. Precipitatasi a Milano alla vigilia della dipartita della madre, convince Bruno a seguirla a Livorno e in un lungo viaggio a ritroso nel tempo. Le stazioni della sua “passione” rievocano la vita e le imprese di Anna, madre esuberante e bellissima, moglie di un padre possessivo e scostante, croce e delizia degli uomini a cui si accompagna senza concedersi e a dispetto delle comari e della provincia. Domestica, segretaria, ragioniera, figurante senza mai successo, Anna passa attraverso i marosi della vita col sorriso e l'intenzione di essere soltanto la migliore delle mamme. A un giro di valzer dalla morte, sposerà “chi la conosceva bene” e accorderà Bruno alla vita. È cosa nota ma è bene ribadirlo. Se si cerca un erede convincente della grande tradizione della commedia all'italiana, quello è indubbiamente Paolo Virzì. Lo è per attitudine, scrittura, sguardo. Per la modalità di immergersi nell'anima vera e nera del nostro paese, producendo affreschi esemplari e spaccati sociologici precisi. Archiviata la Roma dei call center e della solidarietà zero (Tutta la vita davanti), il regista livornese torna in provincia con una commedia drammatica e col professore depresso di Valerio Mastandrea, che spera un giorno di “ingollare” quella madre che non va né giù né su ma che ugualmente suscita un'irresistibile attrazione. Indietro nel tempo e al centro del film c'è allora una mamma, l'affettuosa e “disponibile” Anna di Micaela Ramazzotti, idealmente prossima alla Adriana di Antonio Pietrangeli (Io la conoscevo bene), sedotta dalle persone e dagli avvenimenti ma trattenuta e contenuta dall'amore filiale. Se Adriana fosse sopravvissuta alle malignità di un cinegiornale e a un volo dalla finestra della sua camera, avrebbe adesso due figli e un cancro nella Livorno e nel cinema di Virzì. Perché Anna, mamma negli anni Settanta, è come Adriana vittima del torpore psicologico della provincia e della diffusa incomprensione maschile, da cui non sono immuni il figlio e il marito. A interpretarla nel tempo presente e nel letto di un hospice, centro di accoglienza e ricovero per malati terminali, è appunto Stefania Sandrelli, che trova per il suo personaggio (tra)passato un destino più dolce. La prima cosa bella nel film di Virzì è proprio il personaggio di Anna che, libera e priva di pregiudizi, vive in uno stato di perenne disponibilità nei confronti della vita, offrendo agli uomini quello che può e ai figli quello che sente. Dotata di un'autenticità insolita e una femminilità impropria in un mondo di persone “normali”, Anna è insieme amata e invisa al figlio, che ripudia il candore scandaloso della madre e trova rifugio senza pace nella fuga. Rientrato suo malgrado nella vita di provincia come un adolescente dopo l'ennesima evasione, Bruno indaga un'unità difficile da trovare dentro i silenzi e il dolore compresso. La famiglia rappresenta allora il cuore della commedia, condita con robuste iniezioni di popolarità e ghiotte cadenze toscane, dentro il quale ci tuffa e si tuffa il figlio dolente di Mastandrea, incontrando i fantasmi del passato e contrattando il proprio posto nel mondo. La prima cosa bella si appoggia su un coro di attori efficaci nel sapere stare dentro e fuori i personaggi, finendo per dare forma a una felice e insieme scriteriata idea di famiglia. Dalla meravigliosa inadeguatezza di Mastandrea deriva poi l'equilibrio tra ironia e malinconia che è la cifra di una commedia colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Avatar |
Cityplex Metropolitan |
16:00 19:00 22:00 |
Un film di James Cameron, con: Sam Worthington, Zoe Saldana, Sigourney Weaver, Stephen Lang, Michelle Rodriguez, Giovanni Ribisi, Joel Moore, CCH Pounder, Wes Studi, Laz Alonso, Peter Mensah, Matt Gerald, Scott Lawrence, Sean Moran, Dileep Rao, Julene Renee, Jacob Tomuri, Noli McCool, Peter Dillon, Kevin Dorman, Dean Knowsley, Sean Anthony Moran, Amy Clover, Sean Patrick Murphy, James Pitt
James Cameron si conferma un regista capace di fondere spettacolarità e messaggio Consigliato: Assolutamente Sì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariJake Sully è un marine costretto su una sedia a rotelle che accetta di trasferirsi sul pianeta Pandora (distante 44 anni luce dalla Terra) in sostituzione del fratello morto. Costui era uno scienziato la cui missione era quella di esplorare il pianeta mediante un avatar. Essendo l'atmosfera del pianeta tossica per gli umani sono stati creati degli esseri simili in tutto e per tutto ai nativi che possono essere ‘guidati' dall'umano che si trova al sicuro dentro la base. Pandora però non è solo un luogo da studiare. È soprattutto un enorme giacimento di un minerale prezioso per la Terra su cui la catastrofe ecologica ha ridotto a zero le fonti di energia. Uomini d'affari avidi e militari si trovano così uniti nel tentativo di spoliazione del pianeta. C'è però un problema: gli indigeni Na'vi non hanno alcuna intenzione di farsi colonizzare. Il compito iniziale dell'avatar di Jake sarà quello di conoscerne usi e costumi e di farsi accettare all'interno delle loro comunità. Sarà così in grado di riferire se sia possibile sottometterli. Jake conosce così Neytiri, una guerriera Na'vi figlia del capo tribù. Da lei impara a divenire un guerriero molto diverso dal marine che è stato e se ne innamora ricambiato. Da quel momento la sua visione dell'impresa cambia. James Cameron è tornato e, ancora una volta, ha lanciato la sua sfida molto personale al mondo del cinema. Così come in Titanic, snobbato a torto dalla critica più vetero conservatrice, anche in Avatar decide di basare l'impresa su una sceneggiatura che a un primo sguardo non può non apparire decisamente semplice (anche se chi ha fatto facili e ironici riferimenti a Pocahontas ha dimenticato che la giovane indiana d'America visse, nella sua storia d'amore con John Rolfe, il percorso esattamente opposto a quello qui narrato). Cameron si rivela, proprio grazie agli stereotipi narrativi di cui fa ampio uso, un vero autore. Potrebbe sembrare un ossimoro ma non è così. Perché pesca citazioni a piene mani dalla storia del cinema (non rinunciando, ad esempio, a citarsi richiamando in servizio la Sigourney Weaver, un tempo Ripley, offrendole un'entrata in scena provocatoria con sigaretta accesa o attingendo per il personaggio di Tsu'tey al Vento nei Capelli di Balla coi lupi) ma riesce a trasferirle nelle proprie ossessioni narrative. Che sono quelle (tanto per citarne solo alcune) della scoperta di ‘Nuovimondi' da Abyss al già citato Titanic o del cosa significhi sentirsi alieno e sul cosa accade quando la prospettiva si rovescia. Ma è soprattutto il mistero delle dinamiche organiche naturali e del loro rapporto con la Scienza e con i suoi prodotti (siano essi macchine come in Terminator o corpi che sono al contempo un sé e un ‘altro da sé' come gli avatar) che lo affascina. Non facendogli però dimenticare che al pubblico (anche al più vasto, indispensabile per riassorbire gli enormi capitali investiti e trarre un profitto) non è sufficiente offrire la tecnologia più avanzata (che qui non manca). Non basta ‘stupirlo'. Anche se nel modo più accessibile è fondamentale suscitare un pensiero. In Titanic ci si immergeva alla ricerca di un tesoro e se ne riportava invece una traccia di memoria (il ritratto) che spingeva poi lo spettatore a interrogarsi su una nave che diveniva, senza superflue sottolineature, il simbolo della divisione in classi di una società. In Avatar, pensato 15 anni fa ma realizzato negli ultimi 4, la recente lezione della guerra in Iraq lascia le sue tracce profonde. Ancor più del discorso ecologico che sottende tutto il film (con la sua visione di un'energia panica da rispettare) è quello sulla facile etichettatura di nemici applicabile a coloro che posseggono le fonti energetiche che abbisognano ai più forti che maggiormente segna la narrazione. È storia di sempre, si dirà, già vista (al cinema) e sentita. Ma ci vogliono registi capaci di osare, consapevoli che tutte le storie sono già state narrate ma che alcune meritano di essere ribadite con tutta la forza della spettacolarità che è possibile mettere in campo. Avatar non sarà il film che rivoluzionerà la storia del cinema ma Cameron merita rispetto e ammirazione. Sa perché e su quali temi rischiare, in un'epoca in cui la grande maggioranza cerca l'incasso sicuro. Onore al merito. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Donne senza uomini |
Aurora |
18:30 20:45 22:45 |
Un film di Shirin Neshat, Shoja Azari, con: Pegah Feridoni, Arita Shahrzad, Shabnam Toloui, Orsolya Tóth, Navíd Akhavan, Mina Azarian, Bijan Daneshmand, Rahi Daneshmand, Salma Daneshmand, Tahmoures Tehrani, Essa Zahir
Storie di donne invisibili nell’Iran degli anni Cinquanta Tehran, 1953. Durante il conflitto per emancipare la Persia dalle potenze europee e ottenere la nazionalizzazione della Anglo Iranian Oil Company, quattro donne di diversa estrazione sociale cercano di sopravvivere ai loro destini tragici e determinati (da padri e fratelli). Munis è una giovane donna con un'appassionata coscienza politica che resiste all'isolamento impostole dal fratello, Faezeh sogna di sposare l'uomo che ama, Fakhiri, sposata senza amore, lascia il marito e riaccende la fiamma di un sentimento trascorso, Zarin è una prostituta abusata dagli uomini di cui non distingue più i volti. A un passo dalla democrazia, sfumata con un golpe militare organizzato dalla CIA, Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin lasceranno la città per la terra, uno spazio prodigioso e bucolico dove dimenticare i soprusi, la sopraffazione, la violenza, il suicidio, lo stupro. Ma fuori dalle mura la Storia avanza, assediandone le vite e le speranze. Trasposizione (sur)realista e magica del romanzo omonimo di Shahrnush Parsipur, Donne senza uomini segna il debutto alla regia di Shirin Neshat, intensa e sensibile artista iraniana che ha scelto di vivere e lavorare in America. Il film presenta una costruzione circolare per cui tutto torna inevitabilmente allo stesso punto e nulla si modifica davvero. Il cerchio è creato dai vari segmenti narrativi: quattro donne, quattro storie di isolamento e di esclusione che si intrecciano attraverso gli spostamenti delle protagoniste, agitate tanto e inutilmente per ritornare nel buio da dove venivano. Munis, Faezeh, Fakhiri e Zarin si muovono in un cerchio limitato dagli uomini e la lunghezza del loro raggio d'azione è determinata dalla cultura iraniana. Soffocate in una struttura chiusa, perfetta e senza vita dalla crudeltà dello sguardo maschile, le donne senza uomini di Shirin Neshat sono private di ogni diritto e non hanno diritto alla felicità. Niente speranza e niente abbandono, è impossibile lasciarsi andare per chi è costretto a essere sempre vigile, prudente e misurato. Donne senza uomini è spasmodico nella ricerca formale che vorrebbe illustrare l'oppressione, renderla intollerabile, rimbalzarci contro e rialzarsi. Perdonati e perdonabili alcuni momenti di autocompiacimento, l'opera prima della Neshat apre e chiude lo sguardo su un mondo cristallizzato dove l'uomo occupa fisicamente e politicamente ogni spazio e dove le donne hanno solo gli sguardi per narrare le loro (non) vite. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Codice Genesi |
Imperia |
16:30 18:30 20:30 22:30 |
Un film di Albert Hughes, Allen Hughes, con: Denzel Washington, Gary Oldman, Mila Kunis, Ray Stevenson, Jennifer Beals, Frances de la Tour, Michael Gambon, Tom Waits, Lateef Crowder, Malcolm McDowell, Chris Browning, Evan Jones, Joe Pingue, Lora Cunningham, Scott Michael Morgan, Don Tai, Luis Bordonada, Richard Cetrone, Keith Davis
Il ritorno dei fratelli Hughes sul grande schermo con un film post-apocalisse complesso e citazionista Consigliato: Nì *dalla media dei giudizi di pubblico, critica e dizionariIn un futuro non troppo lontano, circa 30 anni dopo l'ultima guerra, un uomo attraversa in solitudine la terra desolata che un tempo era l'America. Intorno a lui città abbandonate, autostrade interrotte, campi inariditi i segni di una catastrofica distruzione. Non c'è civiltà, né legge. Le strade sono in mano a bande che ucciderebbero un uomo pur di togliergli le scarpe, o per un po' d'acqua… ma anche senza motivo. Ma non possono far nulla contro questo viaggiatore. Guerriero non per scelta ma per necessità, Eli cerca solo la pace, ma se viene sfidato elimina gli avversari prima ancora che si accorgano dell'errore fatale che hanno commesso. Solo un altro uomo in quel mondo in rovina comprende il potere che Eli detiene, ed è deciso a impadronirsene: Carnegie il despota di una precaria città di ladri e killer. Ma la figlia adottiva di Carnegie, Solara è affascinata da Eli per un altro motivo, la visione che lui offre di qualcosa che può esistere oltre i confini del territorio dominato dal patrigno. Non è un film facile Codice: Genesi (titolo banalizzante e troppo rivelatore al contempo rispetto all'originario The Book of Eli. Non è facile da definire e non sarà facile neppure per lo spettatore predisposto al genere 'post catastrofe' così come si è venuto declinando negli ultimi anni. Perché qui la commistione è forte. A partire dalla scelta cromatica che permea tutta la vicenda e che si rivela particolarmente insolita. In cui si inserisce immediatamente la figura del cavaliere solitario (anche se procede a piedi) che ha dalla sua la forza di un sapere ormai perduto e che il Male (un Gary Oldman ormai specializzato in ruoli non precisamente conviviali) vuole ottenere per sé. Eli conosce la Parola ma sa usare le armi per difenderla e difendersi procedendo verso un finale in cui, di tappa in tappa, si procede verso uno sguardo sempre più interiore. Codice: Genesi non è un film facile anche perché adotta stili narrativi diversi. Alla scene di azione si succedono in più di un'occasione dialoghi corposi quasi si volesse prestare attenzione a un pubblico molto diversificato. C'è poi un versante citazionista che potrà dare fastidio ad alcuni e invece sollecitare la memoria cinefila di altri. Partendo da Interceptor per arrivare a Fahrenheit 451 innumerevoli sono le citazioni (od omaggi se preferite) che costellano il film. Che i fratelli Hughes (lontani dal grande schermo dal 2001 con From Hell) costruiscono tutto intorno a quello che una parte dell'umanità ritiene essere Il Libro di cui la memoria non dovrà mai essere smarrita. Gli Hughes propongono in materia una curiosa occasione di riflessione. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
| Chloe - Tra seduzione e inganno |
Aurora |
20:45 22:45 |
Un film di Atom Egoyan, con: Julianne Moore, Liam Neeson, Amanda Seyfried, Max Thieriot, R.H. Thomson, Nina Dobrev, Mishu Vellani, Julie Khaner, Laura DeCarteret, Natalie Lisinska, Tiffany Knight, Meghan Heffern, Arlene Duncan, Kathy Maloney, David Reale
Egoyan indaga le intemperanze e gli inasprimenti sentimentali, ritrovando un dolce domani Catherine è inquieta. Ginecologa di successo, madre di un adolescente e moglie di un professore, è convinta che l'aereo perso dal marito dissimuli un tradimento. David da parte sua incrementa la gelosia della moglie, incoraggiando con sguardi e ammiccamenti studentesse, cameriere, assistenti. Ossessionata e sospettosa Catherine assolda e retribuisce una giovane escort per sedurre il marito e avere i dettagli di un suo potenziale adulterio. Chloe, spregiudicata nei gesti e abile con le parole, avvia il gioco, approcciando David in un caffè e riferendo a Catherine particolari erotici della consumata infedeltà. Tra incertezze e rivalità, desideri e attrazioni niente è come appare e niente andrà come previsto. Chloe, come pure le False verità, segnano uno scarto rispetto alla filmografia di Atom Egoyan, accumulando una serie di elementi di potenziale richiamo, anche pruriginosi, che sembrerebbero distinguerlo dal cinema introverso e problematico del regista armeno canadese. Eppure anche questa volta Egoyan procede costantemente oltre le superfici delle apparenze, insinuando e confermando dietro il glamour, il sesso, la messa in scena della nudità e di rapporti omosessuali, i temi e gli stilemi consueti del suo cinema. Chloe dichiara l'esplorazione del mistero dell'individuo attraverso una composizione non lineare del racconto che rende conto della complessità del reale e della stratificazione temporale dell'esperienza. Egoyan restringe progressivamente il cerchio d'azione e degli spazi, dalla strada alla casa, dalle architetture avveniristiche e dai paesaggi urbani di Toronto agli interni, mettendo a fuoco l'interiorità di personaggi repressi in pubblico e appagati in clandestinità. Mentre lo spazio viene sottoposto a un graduale processo riduttivo, il montaggio si frantuma con l'innesto di flashback e poi si ricompone a delineare l'interfaccia di passato e presente, di ciò che è stato o di ciò che probabilmente non è mai stato. Emotivamente fragili, perduti, ritrovati o sacrificati, i protagonisti di Egoyan precipitano in una crisi esistenziale e sentimentale che esploderà in un conflitto incrociato ed estenuante. Chloe aderisce a un genere preciso e a una drammaturgia riconoscibile: il family melodrama, territorio ideale e privilegiato su cui insediare personaggi a analizzarli al microscopio. Egoyan mette allora in scena l'amore e l'inganno, le scelte affettive sbagliate e l'inevitabile usura del tempo nei legami, il rimpianto per una perfezione che non esiste in un mondo finito e imperfetto e il superamento dei confini dell'altro, della sua intimità e della sua libertà interiore. Adottando il genere che più di altri simula l'ordine della vita, l'autore non è interessato a spiegare, interpretare o risolvere quanto a rappresentare gli scarti immaginari dei sentimenti. Il cuore pulsante di Chloe è Julianne Moore, espressione massima di garbo e grazia, eleganza e sofisticazione, risvegliata dal torpore dei sentimenti dalla ninfetta bionda e splendente di Amanda Seyfried. Tra il corpo musicale di Chloe e i sensi inattivi di Catherine si “accomoda” il marito inafferrabile di Liam Neeson, capace di (ac)cogliere il (ritrovato) dinamismo emozionale della compagna e di ricongiungersi a lei dentro un dolce domani. Vai alla scheda su Mymovies.it |
||
Mine Vaganti
Versione brillante e conviviale dei conflitti familiari di Ozpetek. Al cinema dal 12 marzo
Alice In Wonderland
Lontano dai libri originali, dal cartone anni '50 e dai film di Tim Burton, il nuovo Alice è un viaggio verso il conformismo
Invictus - L'Invincibile, Al Cinema Dal 26 Febbraio
Eastwood affronta con ammirazione la figura di Nelson Mandela in un film assolutamente classico.
La Bocca Del Lupo
Una storia di vinti e di ambizioni non soddisfabili, di gente destinata a finire sempre "nella bocca del lupo", al cinema da venerdì 19 febbraio